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Quarta Giornata, Novella Seconda

[005]Usano i volgari un cosí fatto proverbio: 'Chi è reo e buono è tenuto, può fare il male e non è creduto'; il quale ampia materia a ciò che m'è stato proposto mi presta di favellare, e ancora a dimostrare quanta e quale sia la ipocresia de' religiosi, li quali, co' panni larghi e lunghi e co' visi artificialmente pallidi e con le voci umili e mansuete nel domandar l'altrui, e altissime e rubeste in mordere negli altri li loro medesimi vizii e nel mostrar sé per torre e altri per lor donare venire a salvazione; [006] e oltre a ciò, non come uomini che il Paradiso abbiano a procacciare come noi, ma quasi come possessori e signori di quello danti a ciaschedun che muore, secondo la quantità de' danari loro lasciata da lui, piú e meno eccellente luogo, con questo prima sé medesimo, se cosí credono, e poscia coloro che in ciò alle loro parole dan fede, sforzandosi d'ingannare. [007] De' quali, se quantosi convenisse fosse licito a me di mostrare, tosto dichiarerei a molti semplici quello che nelle lor cappe larghissime tengan nascoso. Ma ora fosse piacer di Dio che cosí delle loro bugie a tutti intervenisse, come a un frate minore, non miga giovane, ma di quelli che de' maggior cassesi era tenuto a Vinegia: del quale sommamente mi piace di raccontare, per alquanto gli animi vostri pieni di compassione per la morte di Ghismunda forse con risa e con piacer rilevare.